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Ben Buchanan e Andrew Imbrie – tra le menti dell’Ordine esecutivo sullo sviluppo e l’uso sicuro dell’IA firmato da Joe Biden – riflettono su guerra, pace e democrazia alla luce della rivoluzione in atto. Individuando inaspettati vantaggi per le democrazie.




 
In principio era il fuoco, oggi è l’intelligenza artificiale. La forza che sta trasformando le nostre vite può illuminare il cammino a invenzioni rivoluzionarie, ma anche sfuggire al nostro controllo e innescare incendi difficili da sedare. O, perfino, essere brandita come un’arma capace di alimentare le fiamme di un nuovo tipo di guerra in grado di fare vacillare la democrazia. E ridurre tutto in cenere. Quel che è certo – spiegano Ben Buchanan e Andrew Imbrie nel loro libro tradotto in Italia da Bocconi University Press - è che “Il nuovo fuoco” arde, il combustibile abbonda e la gamma dei possibili scenari è vasta. Tanto che non è un’eresia affermare che la geopolitica del futuro sarà plasmata proprio dall’intelligenza artificiale.

Accademici in congedo per prestare servizio, rispettivamente, alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato americano – Buchanan e Imbrie sono tra le menti dell’Ordine esecutivo sullo sviluppo e l’uso sicuro, protetto e affidabile dell’intelligenza artificiale, firmato lo scorso 30 ottobre dal Presidente Biden.

In quest’ottica, il saggio rappresenta un’occasione per confrontarsi con il pensiero che ha caratterizzato l’azione più recente degli Stati Uniti in quest’ambito, oltre che con le politiche multilaterali in questo settore, per esempio in un G7 sempre più impegnato sui temi della sicurezza economica e della competizione tecnologica.

Nell’approccio verso l’intelligenza artificiale, la prospettiva storica adottata dagli autori non è limitata solo all’accelerazione di questo secolo (e ai suoi recenti sviluppi di cronaca), ma indica differenze e analogie con altri momenti della competizione globale, invitando a una riflessione più ampia su guerra, pace e democrazia alla luce dei cambiamenti apportati dall’IA.

Nell’analizzare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, gli autori introducono tre posizioni principali all’interno del dibattito pubblico: gli evangelisti, ovvero coloro che vedono soprattutto il lato positivo dei nuovi paradigmi tecnologici; i guerrieri, che utilizzano la tecnologia a fini di sicurezza nazionale e di supremazia politica; le Cassandre, che sottolineano i limiti e i pericoli dello sviluppo in corso. Quel che è certo è che l’IA rappresenta già oggi un pilastro dell’arena geopolitica globale.

Dati, algoritmi ed enorme potenza di calcolo possono alimentare campagne di disinformazione virale, nuovi strumenti di hacking e armi militari che un tempo sembravano appartenere solo alla fantascienza. Agli autocrati, l’intelligenza artificiale offre la prospettiva di un controllo centralizzato in patria e vantaggi asimmetrici sul campo di combattimento. È lecito dubitare che le democrazie, avvolte come sono da vincoli etici e prive di un approccio coerente,  possano riuscire a tenere il passo.

Il principale fronte della competizione intorno all’IA vede contrapporsi Usa e Cina. In quest’ottica, Buchanan e Imbrie ricercano analogie e differenze con la rivalità nucleare della guerra fredda. Nella sfida attuale è più difficile individuare paradigmi più o meno stabili o regolativi, come la mutua distruzione assicurata, su cui individuare possibili accordi tra avversari. La competizione odierna vede una continua ridefinizione dei confini tra gli ambiti civili e militari, oltre a un ruolo molto più forte per la capacità di investimento e attrazione dei talenti da parte degli attori privati.

Ed è proprio nel campo del talento – aspetto finora sottovalutato nella narrazione sulla nuova tecnologia – che può giocarsi la partita decisiva per la supremazia geopolitica legata all’intelligenza artificiale. Con inaspettati vantaggi per le democrazie.

A conti fatti”, scrivono Buchanan e Imbrie, “le democrazie hanno carte migliori da giocare. La loro abilità naturale nel reclutare e formare talenti renderà più efficace ogni singola componente della loro strategia di intelligenza artificiale. Le democrazie possono contare su solidi vantaggi tecnologici e opzioni percorribili per sfruttare appieno ciò che dati, algoritmi e potenza di calcolo hanno da offrire alle loro società. Così facendo, le democrazie possono plasmare il percorso tecnologico che l’intelligenza artificiale intraprenderà, indirizzandone la crescita lungo un sentiero che rafforzi anziché indebolire i valori democratici”.

Perché, nonostante la sua natura artificiale, “il nuovo fuoco” è legato a doppio filo al destino umano.

Il nuovo fuoco stupisce per la sua complessità e il suo potenziale”, concludono gli autori. “L’intelligenza artificiale solleva quesiti più fondamentali e più filosofici rispetto alle solite questioni che dominano la geopolitica. Ci obbliga a rivalutare concetti importanti, come l’intelligenza e la comprensione. Rimodella, nel bene e nel male, gran parte di ciò che tocca. Ma se ci concentriamo solo sul fuoco e sulle danze delle sue fiamme ci dimentichiamo delle persone che rimangono nell’ombra. Sono queste persone a dover decidere come custodirlo. La quantità di luce, calore e distruzione portata dal nuovo fuoco dipende da loro. Dipende da noi”.


 


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